VIRGINIA ALBA
Autrice - Attrice di Teatro - Cabaret e... quello che capita

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Virginia Alba nacque a Palermo nel 1970 e ancora non morì (il navigatore, a questo punto, se lo ritiene opportuno, anche solo per solidarietà, può fare i debiti scongiuri: fare corna, incrociare le dita, toccare ferro... o altro). Dal 1986 frequentò vari seminari e scuole sul teatro, alcune molto utili, altre meno utili, altre ancora totalmente inutili. Prese parte a vari spettacoli a Palermo, Milano, Bologna, Roma sotto la direzione di registi validi, meno validi, del tutto invalidi.

Il panorama teatrale di quell'epoca a Palermo, pur presentando alcune realtà positive e stimolanti, risentiva in gran parte del clima decadente di quegli anni in cui si era rovinosamente inabissato. Da appunti autografi della nostra autrice è possibile risalire alla seguente classificazione che essa fa del teatro della sua epoca.

TEATRO AMMAZZACLASSICI
In questa categoria rientrano tutte quelle compagnie o strutture teatrali che, per assoluta mancanza di propositività, si limitavano a mettere in scena i migliori autori della storia del teatro, puntando solamente ad un autocompiacimento sterile fatto solo di grandiose scenografie, paludati costumi e vacuità interpretativa.

TEATRO REAZIONARIO DI SPERIMENTAZIONE INTEGRATA
Trattasi di quel tipo di teatro che, rifacendosi alle avanguardie degli inizi del Novecento, si ostinava a sperimentare il già sperimentato. La sperimentazione, essendo ormai decaduta a pura esercitazione scolastica in cui tutto era definito in anticipo, assolveva l'importante funzione di conferire lo status di "attore" ai membri di queste compagnie, che potevano così sentirsi socialmente integrati e solidali fra loro. Le loro pièces producevano noia mortale e devastante negli spettatori, che però, alla fine, applaudivano. Il loro pubblico si divideva in due categorie: quelli che apprezzavano solo perché non avevano capito, ma si guardavano bene dall'ammetterlo poiché, avendo poca stima in se stessi, erano convinti che tutto ciò che non riuscivano a capire fosse molto colto e intelligente; e quelli che non apprezzavano... per lo stesso motivo. Entrambi, comunque, venivano snobisticamente disprezzati dagli attori che, alla fine, capivano di non essere stati capiti. Spesso anche loro entravano in crisi perché non ci capivano più niente.
TEATRO DEL "CHE BELLE PAROLE..." O DEL "PARAVENTO POETICO"
Rappresentativi di questa categoria erano essenzialmente autori di testi teatrali. Le loro opere furono dei chiari esempi di funambolismo della parola, prestidigitazione del pensiero, equilibrismo della sintassi, sapiente manipolazione di ogni sorta di figura retorica. Si arrampicavano sugli specchi dei significati e dei significanti che si rispecchiavano fra loro, e ci riuscivano pure. Essi solevano investire di aulicità ed ermetismo indifferentemente qualsivoglia argomento, tema o soggetto: dal mito greco, alla mafia, alla mamma.
TEATRO "FOLKOLTO"
Requisiti essenziali per appartenere a questa categoria erano: voce rauca, barba lunga almeno 30 cm, abito e andatura da frate francescano, uso del dialetto siciliano come unico mezzo di espressione intercalando ad intervalli regolari e frequenti le seguenti parole: «'U cielu, 'a luna, 'i stiddi...», come unica ed estrema sublimazione degli antichi e profondi valori della sicilianità dei nostri padri, dei nostri nonni, dei nostri bisnonni, dei nostri trisavoli, dei nostri brontosavoli (chiamati così perché brontolavano sempre a causa dell'età avanzata, della voce rauca, della barba troppo lunga e del saio da francescano in cui inciampavano e che li faceva imprecare in dialetto siciliano, perché tanto conoscevano solo quello: «'U cielu, 'a luna, 'i stiddi...»).