VIRGINIA ALBA
Autrice - Attrice di Teatro - Cabaret e... quello che capita

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HANNO SCRITTO DI LEI

TUTTO ESAURITO PER "LETTO MATRIMONIALE" AL LELIO

"Kals'Art Winter". Pubblico trascinato nelle emozioni della trama dalla recitazione di Dino Spinella e Virginia Alba

L'avevamo già scritto e ci eravamo messi a spigolare nei vari teatri per cogliere nella rassegna "Kals'Art Winter" spettacoli e fiori che spiccano nel mazzo delle manifestazioni che il Comune di Palermo ha promosso in questo scorcio d'inverno, in un periodo in cui i freddolosi, per muoversi da casa, soprattutto la sera, devono avere incentivi e motivi validi per abbandonare per qualche ora il calduccio delle loro case, affrontare le intemperie e recarsi a teatro. La sera di sabato scorso il Teatro Lelio non pullulava proprio di spettatori. Sala abbastanza colma ma nessun pienone. Ma poi, il giorno successivo, in quella domenica dedicata al riposo, alle pantofole e, nel più audace dei casi, alla partita, il teatro ha registrato il tutto esaurito. Nessuna pubblicità se non quella di un passaparola entusiasta che ha attirato nel locale di via Furitano, a Palermo, una folla debordante che ha ottenuto poi la mezza promessa che lo spettacolo si ripeterà fra due settimane. Eppure non si trattava di una novità, ma di una pièce, magari fatta in economia, tratta da un vecchio copione del 1950, scritta da un oscuro drammaturgo olandese e portata nel 1952 sul grande schermo da Rex Harrison e Lilly Palmer per la regia di Irving Reis. Si tratta di una sorta di commedia la cui responsabilità è affidata tutta ai due attori che hanno il non semplice compito di interpretare, commentare, dibattere, sottolineare tutti i momenti felici, difficili, dolorosi, perfino routinari, della loro vita coniugale in quel momento, in quella fase ultima della giornata che precede il sonno, in cui ci si ritrova con il peso, talora lieve, talaltra difficile da sopportare, di una quotidianità che spesso porta con sé anche eventi che segnano l'esistenza, che incrinano, mettono in pericolo, o esaltano la solidità della coppia. Michele e Agnese vivono così in un'alcova - che è riparo e campo di battaglia, luogo di appassionati convegni o palestra di scontri e competizioni - i loro appuntamenti serali. E lo spettacolo ne riprende i più significativi, i più comici e i più drammatici, i più dolci e i più aspri elementi, giocando su una versatilità che i due splendidi attori, Dino Spinella e Virginia Alba, hanno offerto a un pubblico in visibilio che ha trepidato per le loro crisi, si è rallegrato per i loro battibecchi, si è commosso per le loro disavventure. La perdita di un figlio che non si smette di amare e che i due coniugi piangono e rimemorano a modo proprio ma coinvolgendo la platea in questo sentimento di dolore cocente, la crisi di coppia che sembra scuotere la solidità di un rapporto magari temporaneamente inquinato da altre presenze, e infine la dipartita di uno di loro e quel dolore lieve, tenuto alto dalla solitudine, dal desiderio di un'eternità da passare insieme. I due splendidi attori hanno agito questo scrigno di emozioni, aperto dalla bella regia di Giuditta.



(Antonio Giordano - La Sicilia - venerdì 15 Gennaio 2010 )

 

OTELLO PROFAZIO E I CANTASTORIE

Al Lelio. L'artista racconta il rapporto di amicizia con Ignazio Buttitta

Spettacolo particolare al "Teatro Lelio" sabato scorso. Chi non conosce Otello Profazio, grande cantastorie, continuatore, amico e collega di quei grandi che furono Orazio Strano, Vito Santangelo, il grande Ciccio Busacca e l'indimenticata Rosa Balistreri? La tradizione dei cantastorie è stata riproposta da un Profazio per il quale pare che il tempo si sia fermato. Citando i suoi "colleghi" di un tempo, l'artista ne ha ricordato anche la fine. "E io non mi sento troppo bene" ha soggiunto con arguzia. Calabrese di nascita, siciliano di lingua, di cuore e d'arte, Profazio ha coltivato un'amicizia e una collaborazione unica nei risultati con il più grande poeta siculo del nostro tempo, quell'Ignazio Buttitta che ha cantato con passione la sofferenza, la gioia, i sentimenti vividi della nostra gente e la cui opera oggi soffre l'ingiuria di esecuzioni sommarie e arbitrarie, magari con traduzioni che si spacciano per artistiche, come già accaduto a Palermo qualche tempo fa. Giuditta Lelio, artista che vanta una sicilianità D.O.C., discendente dal ramo dei Lelio-Riccoboni che, proveniente dalla Commedia dell'Arte, si trasferì in Sicilia più di due secoli fa, ha voluto dedicare alla sua e nostra terra questa performance singolare, costruita con amore e intelligenza. Buttitta, infatti, è stato cantato, detto, rivissuto attraverso uno spettacolo inusuale, interpretato da artisti sorprendenti. Di Enzo Gambino conoscevamo l'attorialità ma ne abbiamo scoperto le incredibili capacità musicali. Ha recitato e cantato. ha suonato la chitarra, la fisarmonica, il tamburello, il pianoforte con incredibile versatilità. Virginia Alba, giovane, nota attrice, ha sfoderato una palermitanità espressiva inaspettata e possente e così Irene Ientile, bellissima voce sopranile. Profazio, nel presentare un libro che riguarda lui e Buttitta, "Il Poeta e il Cantastorie", che contiene anche un CD, ha cantato, raccontato, affabulato le più belle "ballate" di Buttitta, intercalandole con altre, sue o di tradizione. Spettacolo di grande gusto e calibratura, serrato e senza sbavature in cui si sentivano il polso e la sensibilità della Lelio.



(Antonio Giordano - La Sicilia - mercoledì 28 febbraio 2007)




PANE, AMORE E... BENTORNATA RIVISTA

LA "RIVISTA", CHE PASSIONE
Teatro Al Convento. Per i nostalgici ritorna la commedia musicale

Che bello! "Al Convento" di Palermo è tornata la rivista, per il piacere di nostalgici attempati ma anche di giovani che non conoscono questo fenomeno dello spettacolo, fiorito soprattutto nel dopoguerra, lanciando artisti come Totò, Rascel, Dapporto senior, Wanda Osiris, Lauretta Masiero, Delia Scala e chi più ne ha più ne metta. Aiutati da istituzioni sensibili, due uomini di teatro, un pratico-teorico e uno scrittore, Gianni Nanfa e Lino Piscopo si sono fitti in capo di riproporre al pubblico gli splendori, i misteri, le connotazioni e il gusto di un genere di teatro che è stato colpevolmente, comodamente, diremmo, soppiantato dalla commedia musicale e dal conseguente "musical", con impiego di mezzi più appropriati e specializzazioni più personalistiche. E già, perché le itineranti compagnie di rivista di una volta richiedevano agli artisti specialità disparate, capacità di trasformismo, velocità di interventi e un nugolo di personaggi da interpretare in tempi strettissimi. Piscopo e Nanfa hanno rinverdito non solo il genere ma anche tutte le problematiche connesse con attorialità multiformi, capaci di mutar veste e carattere nell'arco di pochi secondi, intrecciando scenette, brani musicali, balletti, tutto nel rispetto della tradizione, trovando elementi di spicco, già noti e forniti di abilità impensabili. Accanto a personaggi nuovi di zecca si sono cimentati in "remake" giovani di talento come Antonio Pandolfo, esilarante maschera che ha talentuosamente rinnovato i "Fratelli De Rege" con il multiforme Valentino Pizzuto, presentatore e spalla d'eccezione. Questi ha ripreso con piglio moderno una scenetta di Macario su "L'anagrafe". In ciò è stato coadiuvato da un'incredibile Virginia Alba che, oltre alla portinaia di Bice Valori, ha ricoperto ruoli incredibili, perfino da ballerina, con estro e bravura. Non meno proteiforme è stato il segaligno Fabrizio Pizzuto che, col fratello e Pandolfo, ha fatto sbellicare il pubblico dalle risa ne "gli aspiranti attori".



(Antonio Giordano - La Sicilia - sabato 21 ottobre 2006 )

 


BRAVO BERT!

Nella sala Strehler del Biondo fino al 7 maggio
STREPITOSO MONTEMAGNO IN "BRAVO BERT!"


Non è stata né una commemorazione né un piangersi addosso. Gabriello Montemagno, attore DOC di antico pelo, ha impartito nella sala Strehler del "Biondo" con il suo "Bravo Bert!", una lezione a chi si improvvisa attore e autore in contesti in cui velleitarismo e incomprensibilità si spacciano per bravura e perfino grandezza. In questa pièce, da lui composta e interpretata, con una valida Consuelo Lupo, anch'ella attrice di provata sensibilità ed esperienza, non si fa solo una carrellata di onori e di rievocazioni brechtiane occasionati dal cinquantenario della morte del grande Brecht. Non era facile evitare didascalismo e un'invalsa veste gnomica nel trattare tutti gli argomenti che Gabriello ha sviscerato. La scrittura di Montemagno ha una tessitura fortemente drammatica e scaltrita; quella dell'uomo di teatro che costruisce il suo messaggio attraverso interlocuzioni, colpi di scena, sorrisi e lacrime, situazioni e tensioni. Prima dello spettacolo ci ha detto che il suo voleva essere una sorta di ricordo di esperienze vissute nell'arco di una vita dedicata alla ricerca e all'arte. Fin dall'aprirsi del sipario abbiamo assistito, invece, ad un involontario porsi come alternativa ad un teatro che egli condanna per l'incomprensibilità e la stranezza quando esse non hanno come obiettivo che se stesse. E per meglio dire ciò i due protagonisti discutono sul "teatro della corporeità", sulla sua valenza e sui suoi messaggi. Una diacronia esaltante si è sprigionata sulla scena. Montemagno ha fatto rivivere in una fictio in cui i due vivono in una casa di riposo, i momenti più belli di una carriera che ha percorso circa quarant'anni di teatro e non si è parlato solo di Brecht. Scorrevano le poetiche di Ionesco, di Beckett, di quelle avanguardie che lo videro inserito in un manipolo di innovatori, di quelli che fecero la storia del teatro palermitano. E poi tanto Brecht, rimemorando quel "Gruppo", fucina teatrale degli anni '70. "La ballata del soldato morto", "L'eccezione alla regola", le serate brechtiane hanno punteggiato gradevolmente la performance che ha fruito anche di una brava Virginia Alba. Ottime le scene di Pietro Carriglio. Fioche le scelte di Piero Violante. Meritato successo. Si replica fino al 7 maggio.

(Antonio Giordano - La Sicilia - venerdì 17 marzo 2006 )



DAR LE RAPE AGLI ARRAPATI

CATANIA. (...) Decisamente felice, frattanto, la performance di Virginia Alba in Dar le rape agi arrapati di cui è autrice e viaggiatrice indefessa (viste le molte sortite in altri spazi). Nel suo spigliato transitare dalla recitazione al canto, dal trasformismo alla riflessione, dall'ironia al dramma, l'attrice palermitana infrange l'ultimo tabù dell'occidente pseudo-opulento - il tabù della morte - attraverso l'irrisione di altri simulacri e false emancipazioni, quali la rivoluzione sessuale e il decente gallismo insulare e consolo. Una galleria di donne apparentemente "vinte" si affaccia in una Sicilia vittoriana per ricondurci a una teatralità che ha l'eco universale di eros e di tanathos, sotto forma di caustico divertimento. Teatro vero, comunque, offerto nella deliziosa cornice di uno spazio (Teatro Canovaccio di Catania - ndr -) che nasce già antico e con lo spessore di un profondo vissuto.

(Francesco Nicolosi Fazio - Primafila - aprile 2003)




DAR LE RAPE AGLI ARRAPATI

(...)
CATANIA. Nasce, come si usa dire, sotto buoni auspici il nuovo spazio siciliano del "Canovaccio", le cui caratteristiche logistiche invogliano ad un teatro "da camera", di autoanalisi, ad uno psicodramma collettivo (e magari impietoso) in questa città del meridione - Catania - che vanta un debordante numero di compagnie teatrali, ma che - alla carenza di spazi scenici - unisce una sorta di culto pervicace ed acritico verso un repertorio dialettale che manca, in genere, di cauto approccio e rinnovamento di repertorio. Peculiarità che, in positivo, non sono di certo carenti nel divertente ed agrodolce monologo che la palermitana Virginia Alba (allieva, e lo si sente, di Michele Perriera) amministra con sorvegliata destrezza di toni, cadenze, musicalità e trasformismo a vista. Mirando peraltro a ottenere una ambivalenza, intelligente e moderna, della stringata performance drammaturgica: da una parte l'accomodamento (solo apparente) verso stereotipi e luoghi comuni di una donna meridionale afflitta da vittimismo e "mala sorte"; dall'altra il ribaltamento di tale condizione verso un riscatto, una nobiltà di teatro cui non sono esenti accenti da tragedia greca, genialmente "contaminati" con tipologie e figurine di una emancipazione femminile che trascorre dall'aggressività all'autoironia. Il teatro di Virginia Alba appare così "non riconciliato" e, se possibile, indignato verso quel tipo di antropologia cultural-maschilista che affida alla donna, da Penelope in poi, il ruolo dell'afflizione e dell'attesa. Avendo dalla sua parte - e come arma impropria - solo i dardi dello sberleffo, dell'insubordinazione al maschio in "calore" o - per dirla con Brancati - "ingravidabalconi". In questo senso - e valga da complimento - il lavoro dell'autrice supera di qualche spanna quello dell'attrice, dal momento che la commistione fra gergalità e lingua italiana, oltre alla comicità, denota un proficuo lavoro di ascolto, assimilazione, tessitura filologica. A tal punto che non v'è battuta ilare (o travestimento grottesco) cui non fa da contrappunto una dolorosa consapevolezza e responsabilità dell'esistere. Anche in quella specie di limbo o oltremondo, dove Virginia Alba immagina sia finita la sua creatura, morta per amore.

(Angelo Pizzuto - Sipario - aprile 2003)


DONNA CON-SOLA DONNA

Donne, quante risorse tra demenzialità e ironia.

PALERMO. Si ride, certo che si ride. Soltanto a vederle quelle due, con i pantaloni mimetici da cui tiran fuori di tutto (modello fratelli Marx o basta Eta Beta?) e la maglietta con su scritto "sono attrice", non si può nascondere una straripante risata. Stefania Blandeburgo e Virginia Alba la comicità - leggera, ironica, a tratti un po' confusa - ce l'hanno nel sangue e la tirano fuori quando serve. Praticamente sempre. Così "Donna con-sola Donna" ha successo: lo spettacolo, di scena giovedì al Convento, ha aperto la rassegna di teatro demenziale "Mentidementi". Le due attrici scorrono il testo scritto dalla Alba: così donne depresse e amiche scontrose, mogli assillanti e compagne rifiutate si mischiano assieme allegramente in un'estenuante altalena di tipi e controtipi. Scoprire il lato umoristico della tragedia umana: le due ci provano e spesso ci riescono. Certo, lo spettacolo avrebbe magari avuto bisogno di qualche taglio al testo - che va avanti a strattoni, con alti e bassi - magari qualche personaggio in più non avrebbe guastato (ci riescono bene, Virginia e Stefania, a calarsi nei quartieri), e qualche monologo in meno neanche (anche se mitigati da "digressioni") ma nel complesso marcia speditamente e mantiene ogni promessa.

(Simonetta Trovato - Giornale di Sicilia - 17 novembre 2001)


 

DAR LE RAPE AGLI ARRAPATI

"Donne sull'orlo...", un grande esordio.


ROMANENGO. L'esordio della rassegna "Donne sull'orlo..." è stata salutata da un grande successo di pubblico lo scorso sabato presso il Teatro Galilei. Auditorium gremito, con schiacciante prevalenza di giovani under 30, a sancire il trionfo di un'iniziativa che coniuga impegno e spettacolarità, spaziando gradevolmente in tutto l'universo femminile. Il primo appuntamento ha privilegiato la comicità, senza rinunciare però a squarci di satira di costume venati di amarezza. Non solo risate, per intenderci, giacché è affiorato il malessere di questi nostri tempi fra una gag e l'altra. In scena due apprezzabili interpreti, capaci di stupire e divertire il pubblico con due torrenziali monologhi a tratti esilaranti. Un'autentica gara di bravura, quella che ha visto per protagonisti Margherita Volo e Virginia Alba, che hanno divagato, sentenziato, canticchiato toccando le problematiche più svariate. Al centro sempre l'io femminile, comunque, inevitabilmente costretto a fare i conti con maschietti egoisti e fedifraghi. Le inquietudini sentimentali sono diventate però il pretesto per raccontare le proprie nevrosi, con una buona e salutare dose di autoironia. Si può ridere e far ridere analizzando i propri drammi amorosi che finiscono inevitabilmente per degenerare in farsa. E' stato questo il chiaro messaggio proposto dalle due attrici, l'una stando abbarbicata ad un W.C., l'altra intonando una deliziosa canzoncina dal titolo eloquente ("Sfiga-rap"). (...)

(c.d.a. - Mondo Padano - 8 marzo 1997)


 

IL LATRATO INFUOCATO DELLE CICALE SCOPPIATE

Amore? Istruzioni per l'uso. Quando la coppia affronta il calvario del giorno per giorno.

PALERMO. Amore: istruzioni per l'uso. Divertente, litigioso, effimero, radioso, sempre amore è, con i suoi problemi e le sue battaglie, con le sue vittorie e i suoi crolli. Eccolo dunque, il sentimento più antico del mondo, nato con l'uomo e con lui finito. Come sembra enunciare la "morta d'amore" de "Il latrato infuocato delle cicale scoppiate ovvero Mica Tanto Aitante", il nuovo testo di Virginia Alba, presentato ieri sera nell'atrio della Biblioteca Comunale, per "Palermo di scena".
Una "morta d'amore" (la stessa Virginia Alba) si diceva, che per tutto lo spettacolo offre un suo particolare punto di vista, quello di chi non c'è più e gurda tutto il resto da una platea privilegiata. Un testo un po' frammentario costruito per la figura di un regista (un redivivo Mario Valdemarin) che sembra avere in pugno la ricetta giusta per l'amore eterno. Il suo vademecum viene offerto ai due attori che cerca di guidare verso un impossibile spettacolo: i due (bravi, Elide Vetri e Vincenzo Pirrotta) si scontrano, si riappacificano, discutono e sorridono, ma il problema sta tutto lì. E' possibile ormai un rapporto di coppia? e se è possibile, qual'è mai la ricetta per viverlo quotidianamente?
Teatrale al massimo, con all'interno una ricerca del linguaggio che diventa il vero punto forte, "il latrato infuocato..." si presenta per quello che è al pubblico, da cui improvvisamente saltano fuori anche due spettatori-attori (Simonetta Favari e Alessandro Schiavo) che dicono la loro, con molta convinzione, del lavoro rappresentato. Sfrondato di qualche lungaggine, è comunque un testo serio, che dimostra la maturità di una giovane regista che sembra ormai non avere poi molto da imparare.


(Simonetta Trovato - Giornale di Sicilia - 2 settembre 1996)


 



PURCHE' IL TELEFONO CONTINUI A SQUILLARE

Se il teatro si prende in giro: a San Martino la pièce autoironica di Virginia Alba.

PALERMO. Quattro attori in scena, sotto il controllo di un regista fuori campo, danno vita ad un dramma paradossale. In attesa che qualcuno li chiami al telefono, in una scena che riporta pezzi di vita quotidiana, "appesi ad un filo", si illudono di portare avanti una conversazione che abbia senso compiuto. Le loro parole, però, sono solo pezzi di un illogico mosaico. "Purché il telefono continui a squillare" di Virginia Alba - che ha debuttato all'Abbazia di San Martino delle Scale, dove sarà replicato anche stasera, nell'ambito della rassegna "L'Isola e l'esistenza 4" del Teatro Libero - è apparentemente un testo dedicato all'incomunicabilità e alla solitudine degli uomini-attori, che per non sentirsi del tutto soli restano per ore in attesa di uno squillo, che può significare un lavoro.
E' facile capire chi vuole colpire questo testo-specchio delle nevrosi quotidiane. Sotto la crosta, infatti, affiora la città di Palermo, con i suoi personaggi noti e meno noti del teatro e della politica comunale. Con l'arguzia, che cela un pizzico di cattiveria, Virginia Alba disegna un quadretto tutt'altro che positivo sul teatro fatto negli ultimi anni in questa città. In verità, non sempre condivisibile. Alba colpisce il teatro "folkolto", quello che può essere portato in scena solo se si ha la voce rauca, la barba lunga, l'andatura da francescano, usando il dialetto come unico mezzo di espressione e intervallando spesso e volentieri l'espressione "U cielu, 'a luna, 'istiddi"; e quello "ammazzaclassici", che usa grandi scenografie, paludati costumi e vacuità interpretativa. Poi, le unghie di Alba graffano pure il terreno di teatro di sperimentazione "integrata", la stessa che porta in scena pièce noiose e che l'attrice ripropone insieme con la compagnia "Pericolo Numero Giallo", con contorcimenti corporei "apotropaici". Un pugno nella stomaco di chi crede che fare l'attore significhi anche scavare dentro se stessi, partendo da una ricerca corporea. E dopo prende di mira anche il teatro delle "belle parole, che si arrampica sugli specchi dei significati e dei significanti", rappresentato da quel regista fuori campo, che classifica tutti come "cani". Insomma c'è proprio tutto il teatro della città, citato con nomi e cognomi, all'inizio, nella litania dei ringraziamenti registrati.
Accanto a Virginia Alba, Elide Vetri, Vincenzo Ferrera e Pietro Massaro sono tutti bravi e all'altezza di sostenere i ritmi giusti per un testo che non lascia spazio alle pause. Un lavoro quindi, che rivela una buona maturità dell'autrice e attrice, venticinquenne palermitana, che ha lavorato con "registi validi" - scrive - e "invalidi", già premiata quest'anno con il "Fàbregas '95". Uno spettacolo fortunato che, dopo il debutto, al Teatro Libero, è stato visto a "Palermo di scena" e a dicembre sarà al Teatro dell'Orologio di Roma.


(Loredana Cacicia Biondo - Giornale di Sicilia - 24 settembre 1995)


IL MALATO IMMAGINARIO

Gode ottima salute il "Malato" di Nanfa.

PALERMO. Cosa non si farebbe per aver un medico in famiglia, e quindi, per non doverlo più pagare. Sembra questo il motivo dell'adattamento del "Malato immaginario" molierano in scena al Teatro Franco Zappalà (fino al 29 maggio). (...) l'insolito, emozionato e riuscito interprete di questo "Malato" palermitano è Gianni Nanfa, caro al pubblico per la sua vèrve da cabarettista ma applaudito più volte - al suo debutto nella prosa - nel continuo parapiglia con la serva Tonina (la convincente, anche se un po' sovratono, Titti Giambrone). Lo spettacolo diretto da Pippo Spicuzza vede svilupparsi le vicende dell'inguaribile Argante attorno ad un gigantesco letto, simbolo di un'esasperata ipocondria. L'adattamento è divertente in sintonia con l'ilarità dei suoni del dialetto anche se nessuno si sogna di tradire gli intenti del copione originario.
In scena si distingue per la sua interpretazione Virginia Alba nei panni di Angelica, figlia di Argante, e improbabile promessa sposa del neolaureato Medico, Tommaso Diaforetico, sempre accompagnato dal padre (rispettivamente Giuseppe Giambrone e Paolo La Bruna, deliziose caricature degli accademici seicenteschi). Insomma, lo spettacolo è da vedere, se non altro per l'esordio nel teatro "serio" del protagonista. A suo dire, è solo una capatina, questa nella prosa, per Nanfa. Chissà non ci ripensi, sentiti gli applausi.

(Christian Chiaruzzi - Giornale di Sicilia - 16 maggio 2005)